THE WRONG BIENNALE – GHOSTS IN THE MACHINES

THE WRONG BIENNALE – GHOSTS IN THE MACHINES
a cura di Matteo Campulla
Opening 14 Febbraio ore 18 – 21
apertura al pubblico sabato e venerdì dalle 18 alle 20.30 oppure su appuntamento.
artisti: Alessandra Arnò, blanche the vidiot (Szabina Péter and Kristóf János Bodnár), Augusto Calçada, Citron Lunardi, Jose Cruzio, Enrico Dedin, Marco Fadda, Anna Utopia Giordano, Merve Kurtulus, Francesca Leoni, Tassia Mila, Ilaria Pezone, Xristina Sarli, Guli Silberstein, 3L14N VØX, Matteo Campulla.
Visualcontainer[.Box] presenta THE WRONG BIENNALE EMBASSY – GHOSTS IN THE MACHINES, un progetto espositivo che si inserisce nella ricerca dello spazio sulle pratiche artistiche legate ai linguaggi digitali, ai dispositivi tecnologici e alle loro implicazioni culturali e politiche. La mostra si configura come un contesto critico e sperimentale in cui le opere attivano riflessioni sul rapporto tra umano e macchina, sull’autorialità e sulle trasformazioni dell’immaginario contemporaneo, mettendo in discussione i confini tra presenza, controllo e agency tecnologica.
“Questo padiglione non offre risposte, ma un campo problematico. È un laboratorio critico in cui le opere funzionano come interfacce relazionali tra esseri umani e macchine, tra storia e futuri parziali. L’autore non è assente, ma ritorna come un fantasma, come un effetto collaterale, un residuo persistente della modernità.
“La macchina si adatta alla debolezza dell’essere umano, per trasformare gli esseri umani deboli in macchine.”
— Karl Marx
L’affermazione di Marx non descrive un’opposizione violenta tra essere umano e macchina. Descrive un processo più sottile: l’adattamento. La macchina non conquista l’umano, ma si conforma ai suoi limiti. Abita l’esitazione, la fatica, il sovraccarico cognitivo. Si modella sull’incapacità umana di sostenere complessità, ambiguità e durata. Così facendo, non elimina l’umano — lo riformatta.
Ghosts in the Machines si sviluppa all’interno di questa logica. Non è una celebrazione del potere tecnologico, né una critica nostalgica del suo dominio. È un campo problematico in cui l’opera d’arte smette di funzionare come oggetto e inizia a comportarsi come un’entità: qualcosa che eccede l’intenzione, che non coincide più con il suo autore, che continua a operare anche quando nessuno la osserva.”
Matteo Campulla